Maria Teresa

Grassi

Archeologa appassionata, insegnante straordinaria, persona dotata di una vivace curiosità intellettuale e di una capacità di comunicazione fuori dal comune, Maria Teresa Grassi (Milano 1957-2020) ha dedicato la sua vita alla ricerca archeologica.

Ha iniziato la sua formazione partecipando allo scavo di Angera romana condotto dall’Università degli Studi di Milano e ha conseguito il Dottorato di Ricerca con una tesi riguardante i Celti e la romanizzazione dell’Italia settentrionale, un argomento che riflette la sua innata attrazione per gli orizzonti meno noti. Il suo volume “I Celti in Italia” è diventato una pietra miliare degli studi in quest’ambito.

“L’archeologia è una scienza storica: attraverso lo studio degli oggetti può ricostruire delle storie, piccole o grandi che siano. Storie che non sono state raccontate. (…) Io mi sono occupata molto anche dei Celti, perché loro non hanno scritto la loro storia: la loro storia l’hanno scritta i loro nemici e dunque era un po’ parziale. Invece gli oggetti che hanno lasciato possono ricostruire la loro storia. La storia si ripete, è un bene prezioso che deve essere tutelato e conservato.”

Esplorare le terre di confine, costruire ponti fra mondi lontani, rendere straordinario quello che passa inosservato era per lei una vocazione, naturalmente sfociata in quello che è stato il suo lavoro di archeologa e docente, con una brillante carriera accademica presso l’Università degli Studi di Milano: è stata infatti Professore di ruolo dal 2000 e Professore associato dal 2003, detenendo la cattedra di Archeologia delle Province Romane; ha ricoperto il ruolo di Vice Direttore del Dipartimento di Scienze dell’Antichità tra 2002 e 2009 e quello di Vice Direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia tra 2010 e 2013. 

Non è però questa la sede per proporre il suo curriculum scientifico nè il corposo elenco delle sue pubblicazioni.

Fin dalla nascita del progetto nel 1986, Maria Teresa Grassi è stata un pilastro fondamentale delle indagini archeologiche dell’Università degli Studi di Milano presso Calvatone (CR), l’antico vicus romano di Bedriacum, ed è stata Direttore dello scavo dal 2005 al 2020. 

A Calvatone ha avuto modo di approfondire la ricerca e gli studi sulla ceramica di epoca romana, in particolar modo la classe della ceramica a vernice nera, cui ha dedicato diversi articoli e una monografia.

Maria Teresa Grassi credeva nel valore dell’insegnamento e della formazione sul campo. Con lei, proprio a Calvatone, un’intera generazione di studiosi ha avuto la possibilità di imparare il mestiere dell’archeologo.

Qui ha messo in piedi la sua scuola, qui ha formato numerosi studenti insegnando, con il suo esempio, cosa siano il rigore, la dedizione, il rispetto per il lavoro altrui e soprattutto l’importanza del lavoro di squadra. Nei suoi allievi ha impresso non soltanto l’amore per la ricerca, ma anche la consapevolezza di quanto sia essenziale prodigarsi per la trasmissione della conoscenza, che non deve mai rimanere sterile e fine a se stessa bensì restituire i suoi frutti alla collettività.

È grazie alla sua perseveranza che ha visto la luce, nel 2011, un centro per la divulgazione delle ricerche e degli scavi archeologici dell’Università degli Studi di Milano a Calvatone romana, il Visitors Centre Calvatone-Bedriacum “Maria Teresa Grassi”, a lei intitolato nel 2021. Promosso da una visione illuminata e lungimirante, lo scavo di Bedriacum ha così acquistato sempre più prestigio nel panorama degli studi sull’Italia settentrionale in epoca romana. 

Nel 2019 il Comune di Calvatone ha conferito a Maria Teresa Grassi la cittadinanza onoraria, emblema della riconoscenza e del sincero affetto espresso da tutti coloro che si sono relazionati con lei, qui e altrove.

Ambizioso obiettivo della Missione era gettare luce sulla vita privata degli antichi abitanti dell’oasi.

Le indagini, che hanno visto il coinvolgimento di altri centri di ricerca italiani (fra cui l’Università IULM), hanno interessato l’intero quartiere sudoccidentale dell’antica città, compreso tra l’Agorà, la cinta muraria tardoantica, la Via Colonnata Trasversale e la Grande Via Colonnata. La missione Pal.M.A.I.S. ha realizzato il primo rilievo generale di quest’area, fino a quel momento totalmente inesplorata, e ha avviato lo scavo di una grande struttura, l’Edificio con Peristilio, frequentato dall’età severiana alla prima età omayyade.

Le ricerche hanno offerto un contributo scientifico di rilievo in un ambito ancora scarsamente approfondito a Palmira, l’edilizia residenziale privata, aggiungendo un tassello essenziale per la ricostruzione dello sviluppo urbanistico della città e per la comprensione delle sue trasformazioni nel tempo e attraverso le varie culture.

Gli studi e le pubblicazioni su Palmira dell’équipe diretta da Maria Teresa Grassi hanno toccato diversi ambiti, dalla cultura materiale di età romana, bizantina e protoislamica, alla numismatica, all’epigrafia greca e palmirena, all’architettura, all’archeometria, alla topografia e all’urbanistica.

La missione ha operato nel sito fino al novembre 2010. Nel marzo del 2011 la situazione politico-militare ha imposto una brusca interruzione delle attività sul campo, cui ha fatto seguito una storia recente scritta con parole di morte, distruzione e ignoranza. 

A queste Maria Teresa Grassi ha voluto contrapporre un’instancabile attività di studio e di disseminazione della conoscenza del patrimonio culturale di Palmira, un patrimonio che ci mostra come le peculiarità siano una ricchezza, che ci insegna l’accoglienza, che ci invita a perseguire la pace e la concordia.

“Nell’oasi si mescolano e convivono uomini, dei, tradizioni, culture: arrivando da Ovest, dal Mediterraneo, dal mondo greco-romano, Palmira doveva apparire una città “molto” orientale, ma per chi giungeva da Est, dall’area mesopotamica o dalla Persia, Palmira era già pienamente occidentale. La sua cultura, dai tratti fortemente originali, si pone in un ideale punto mediano fra Oriente e Occidente. La violenza che oggi distrugge Palmira, per chi è consapevole del suo antico ruolo di crocevia di culture, appare ancora più drammatica.”

Così, quando fra il 2015 e il 2016 il villaggio di Tadmor e il sito archeologico di Palmira sono stati presi d’assalto dai terroristi, Maria Teresa Grassi non è rimasta inerte, bensì ha profuso ogni sua energia per contrastare la barbarie anche attraverso una serie incessante di conferenze scientifiche non solo in Italia ma in diverse parti del mondo, con incontri pubblici e manifestazioni, nonostante questa attività la mettesse costantemente alla prova risvegliando il dolore per una situazione di odio e violenza e la grande preoccupazione per gli amici siriani.

Palmira giugno 2010

“La straordinaria esperienza umana, culturale, scientifica vissuta nei quattro anni che ho passato a Palmira è stata interrotta. È stata drammaticamente spezzata anche la vita dell’ultimo signore di Palmira, Khaled al-As‘ad, impegnato per decenni nello studio, nella valorizzazione, nella conservazione del sito archeologico. Non dobbiamo dimenticare il suo sacrificio, la sua testimonianza contro la barbarie che oggi rischia di cancellare non solo il sito, ma anche un intero paese e un popolo.”

Per tenere viva la memoria dello storico Direttore delle Antichità e del Museo di Palmira, Maria Teresa Grassi ha curato con Marco Di Branco la traduzione in lingua italiana della “Guida di Palmyra”, scritta da da Khaled al-As‘ad insieme ad Adnan Bounni nel 1976, corredandola di una nota “bio-bibliografica” e di un corposo saggio introduttivo alla storia e all’archeologia della città.

Palmira giugno 2010

L’ultima sua monografia, una sintesi magistrale di rigore scientifico e di vocazione alla narrazione, ha preso forma grazie alla collaborazione con Fondazione Terra Santa, maturata ben oltre l’appuntamento annuale delle Giornate di Archeologia, Arte e Storia del Vicino e Medio Oriente.

“Palmira. Storie straordinarie dell’antica metropoli d’Oriente” (Edizioni Terra Santa, 2017) è il suo invito alle nuove generazioni a lasciarsi incantare dall’eredità del passato e a saperla poi trasformare, con impegno e spirito critico, in nuove idee per la costruzione del mondo di domani.

Per Maria Teresa Grassi, infatti, salvaguardare la memoria non significava solo avere cura dei monumenti, ma soprattutto e prima di tutto avere cura delle persone, di quelle con cui aveva scelto di percorrere alcune tappe del proprio cammino e, con la mente sempre protesa al futuro, di quelle ancora sconosciute che avrebbero potuto diventare interpreti della memoria insieme a lei.

La costruzione di solidi rapporti con le singole persone e con le comunità è stata una prerogativa di Maria Teresa Grassi in tutti i posti in cui ha operato, dai contesti lombardi, alla Libia e alla Tunisia che tanto ha amato nei suoi viaggi e nei suoi studi, fino alla Siria.

Osservatrice attenta e sensibile, minuziosa descrittrice, aveva l’eccezionale dono di saper dare voce e forma alle persone e alle cose che non sono (più) davanti ai nostri occhi, di catturarne l’essenza, di rendere visibile, e dunque accessibile a tutti, il non più visibile, perché, come diceva lei stessa, “il nostro lavoro serve a fare luce”.

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