Carovane

Palmira, città carovaniera

In quasi tutte le notizie che hanno riguardato Palmira, tra 2015 e 2016, il sito è stato giustamente definito come “città carovaniera”, una espressione straordinariamente efficace per esprimere in estrema sintesi la sua storia e il suo destino.

Fu Michael Rostovtzeff a coniarla, sintetizzando in due parole – “caravan city” – la sua interpretazione storica, e cioè che la causa principale dello sviluppo economico, sociale e anche monumentale di Palmira fosse da collegare al grande commercio carovaniero tra Oriente e Occidente.

Si trattava di un commercio di lusso (tessuti preziosi, tra cui la seta cinese, perle, pietre preziose, spezie), da cui si traevano ingenti profitti.

Bassorilievo con cammelli equipaggiati per una spedizione (© Museo di Palmira)

I principi-mercanti

A Palmira sono noti dei capi-carovana, definiti in greco sinodiarchi o archemporoi: hanno un ruolo tecnico, sono dei professionisti che si occupavano della conduzione delle carovane e, prima della partenza, del coordinamento della loro complessa organizzazione, in cui erano comprese tutta una serie di operazioni come la ricerca e la selezione di uomini, di animali da carico, di vettovaglie (e di una scorta armata?).

A un livello superiore ci sono i “patroni”, che finanziavano le carovane e ne garantivano la sicurezza, cioè la protezione contro i nomadi del deserto, potendo contare su una fitta rete di relazioni e agenti nei fondachi (funduq) palmireni lungo il tragitto, in Mesopotamia e oltre.

Molto efficace l’espressione che usa Michael Rostovtzeff per definire questi personaggi, “principi-mercanti”; più prosaica, ma altrettanto significativa quella coniata da Ernest Will, “protettori delle carovane”. Nel nostro immaginario, sceicchi.

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Elemento di sarcofago con due cammellieri (© Museo di Palmira)

Le rotte commerciali

Nell’antichità molte sono state le vie che collegavano l’Oriente all’Occidente, vie di terra dall’Asia centrale, attraverso la Persia, la Mesopotamia, la Siria, fino alle sponde del Mediterraneo, ma anche vie marittime dall’India, verso i porti della penisola arabica e del Mar Rosso fino all’Egitto oppure, sempre dall’India, verso il Golfo Persico e l’Eufrate.

I palmireni crearono una variante all’itinerario del Golfo Persico e fu questa una delle vie principali tra II e III sec. d. C.

Dura Europos, possibile scalo palmireno sull’Eufrate (Ph. Gioia Zenoni)

Il primo tratto della “scorciatoia” palmirena verso l’Oriente prevedeva un percorso attraverso il deserto, dall’oasi di Palmira al fiume Eufrate. Una volta raggiunta la Mesopotamia, il percorso seguiva le vie d’acqua: per la navigazione sull’Eufrate si utilizzavano imbarcazioni tenute a galla da otri in pelle animale.

A Palmira esisteva una corporazione dei conciatori e dei fabbricanti di asconauti, e cioè degli “otri per battelli”, il cui patrono, nel 257-258 d. C., era Hairan, il figlio di Odenato.

L’oasi di Palmira, all’origine della sua fortuna (Ph. Emanuele E. Intagliata)

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