Palmira tra passato, presente e futuro

Una metropoli sulla Via della Seta

Palmira si trova in un’oasi della steppa desertica siriana, a metà strada fra il Mediterraneo e l’Eufrate, e la sua storia comincia nel II millennio a.C., quando il suo nome, Tadmor, compare nei documenti degli archivi reali di Mari. A quest’epoca risalgono anche le prime tracce di occupazione nell’area dove sorgerà il grande Santuario di Bel, cuore della città; ma è solo a partire dal III secolo a.C., nell’età ellenistica, che si conosce un vero e proprio centro abitato, con strade, case e officine.

Il grande sviluppo di Palmira si data all’età imperiale romana ed è tra I e III secolo d.C. che il centro abitato diviene una metropoli, la cui urbanistica è segnata da imponenti complessi pubblici, civili e religiosi. Tale trasformazione è il riflesso della grande ricchezza e prosperità dei signori di Palmira, che hanno progressivamente preso il controllo di buona parte del commercio tra Oriente e Occidente, tra Cina, India, Arabia e il nuovo centro del potere, Roma.

Il paesaggio urbano di età romana

I momenti salienti della trasformazione urbana interessano le aree sacre, con l’erezione di templi monumentali costruiti in pietra e dalle forme occidentalizzanti: innanzitutto il tempio di Bel, la “casa degli dei palmireni”, ma anche il tempio di Baalshamin, il tempio di Nabu e quello di Allat; la costruzione del complesso dell’Agorà, il centro civico di Palmira, e del vicino teatro; la progressiva creazione di una rete di vie colonnate, finalizzate alla regolarizzazione e al decoro del paesaggio urbano, entro cui sorgono anche le sontuose dimore dell’élite palmirena, mentre le “case per l’eternità”, grandi tombe familiari dall’architettura assai peculiare, si trovano nelle necropoli intorno alla città.

Palmira entra nella leggenda

Zenobia’s last look on Palmyra, Herbert G. Schmalz, 1888, AGSA, (Ph. Grant Hancock)

Nella crisi che travolge l’Impero alla metà del III secolo, la grande e potente Palmira ha un ruolo di primissimo piano dapprima quando il generale palmireno Odenato riesce nell’impresa di respingere la minaccia persiana e ancor più quando, dopo il suo assassinio, la moglie Zenobia osa sfidare Roma e il suo imperatore Aureliano. La sconfitta della leggendaria regina, la cui epopea ha ispirato una floridissima produzione artistica fino ai giorni nostri, segna una battuta d’arresto nello sviluppo della città.

Palmira cristiana e islamica

La storia di Palmira non finisce qui, anche se non tornerà più ai fasti dei secoli precedenti: il suo ruolo nel nuovo sistema difensivo dell’Impero è documentato dal “Campo di Diocleziano”, il grande complesso militare sorto all’estremità occidentale dell’abitato alla fine del III secolo, mentre le grandi basiliche cristiane costruite a partire dal IV secolo e in uso per almeno cinque secoli testimoniano la continua vitalità della città e la presenza di una nutrita comunità cristiana.

Ancora all’epoca del califfato omayyade, tra VII e VIII secolo, Palmira riveste una certa importanza: se ne conoscono la moschea e il suq (mercato), oltre ad alcune case e botteghe.

A partire dal IX secolo la città antica viene progressivamente abbandonata, mentre un modesto villaggio s’impianta nel recinto fortificato del Santuario di Bel, trasformato in moschea.

popup image

Scorcio del Campo di Diocelziano e delle fortificazioni (Ph. Gioia Zenoni)

La riscoperta di Palmira

Con il Settecento, Palmira entra nell’immaginario collettivo occidentale, come una meta esotica e affascinante, pericolosa e intrigante: la diffusione dei resoconti di viaggio e dei disegni delle rovine eserciterà un fascino che non conoscerà soluzione di continuità, neppure nei secoli successivi.

Si data al 1753 la pubblicazione del libro “The Ruins of Palmyra otherwise Tadmor in the Desert”, scritto da Robert Wood e illustrato dai disegni dell’architetto piemontese Giovanni Battista Borra, che segnerà un punto di svolta nella storia della “scoperta” di Palmira da parte dell’Europa.

R. Wood, The ruins of Palmyra otherwise Tadmor in the Desert, plate 26: View of the arch from the east

L’archeologia approda a Palmira

Molto varia è la folla di viaggiatori, studiosi, avventurieri che tra Settecento e Ottocento raggiungono, vedono e raccontano Palmira. Differente, ma altrettanto varia, è la schiera delle missioni scientifiche che nel Novecento conducono indagini nel sito, affiancando gli archeologi siriani: tedeschi, francesi, polacchi, russi, danesi, svizzeri, giapponesi, austriaci, norvegesi, italiani e americani. Questa generosa e ampia apertura dell’archeologia siriana alla collaborazione internazionale è ulteriore testimonianza di quanto Palmira sia, ancora oggi, luogo d’incontro di culture, un vero e proprio melting-pot: tante voci, lingue, culture, come in antico, per un sito che, a buon diritto, è entrato a far parte, dal 1980, del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

popup image

Lo scavo della missione Pal.M.A.I.S. nel quartiere sud-ovest nel 2010 (Ph. Marina Albeni, archivio Pal.M.A.I.S.)

Distruggere il presente, cancellare il futuro

Il tempio di Bel in una foto del 2014 e nel 2016 (Ph. Joseph Eid)

Nel 2011 la guerra ha drammaticamente lacerato questo quadro, dapprima interrompendo l’attività delle missioni internazionali nel sito archeologico e il turismo che costituiva la base dell’economia locale, quindi causando lo spopolamento della moderna città di Tadmor.

I nuovi mezzi di comunicazione, abilmente utilizzati dall’ISIS, che ha occupato Palmira tra maggio 2015 e marzo 2016 (e ancora nel dicembre 2016), hanno capillarmente diffuso le brutali immagini dell’assassinio di Khaled al- As‘ad, direttore del Servizio delle Antichità di Palmira dal 1963 al 2003, e della distruzione con l’esplosivo dei templi di Bel e di Baalshamin. A ciò hanno fatto seguito l’abbattimento di alcune tombe a torre, di gran parte dell’Arco Monumentale sulla Grande Via Colonnata e alcuni danni al Tetrapilo e al Teatro.

Nuove sfide

Pur se distruzioni, saccheggi e vandalismi hanno causato danni immensi, gli studi su Palmira e per Palmira non si sono interrotti, e sono state avviate molte iniziative e progetti per condividerne il grande patrimonio culturale, in attesa che l’auspicata fine della guerra possa consentire di immaginarne anche il futuro. Questa sarà la grande sfida della prossima generazione di studiosi di Palmira.

Maria Teresa Grassi e una giovanissima aspirante allieva (Ph. Marina Albeni, archivio Pal.M.A.I.S.)

Un piemontese a Palmira Un piemontese a Palmira Un piemontese a Palmira Un piemontese a Palmira Un piemontese a Palmira Un piemontese a Palmira Un piemontese a Palmira