Vivere nell'oasi

Lussuose dimore

Molti aspetti della vita quotidiana di Palmira, così come di altri grandi centri dell’Impero Romano, rimangono da esplorare. 

Alcune case private dell’élite palmirena sono state parzialmente indagate, in vari quartieri della città: sono dimore di grande estensione, sviluppate intorno a peristili (cortili con colonne) e con gli interni riccamente decorati, in particolare da stucchi sulle pareti, ma non mancano affreschi e mosaici pavimentali.

Lo scavo dell’Edificio con Peristilio, diretto dalla prof. M.T. Grassi (Ph. Marina Albeni – Archivio Pal.M.A.I.S.)

L’economia

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L’agorà, cuore della vita civile di Palmira (Ph. Clelia Orsenigo)

Ben poco si conosce, invece, delle botteghe commerciali e delle officine artigianali che dovevano essere ampiamente distribuite nel tessuto urbano. 

Possiamo ricostruire qualcosa grazie alla più famosa delle epigrafi di Palmira, e cioè la “Tariffa”, una legge fiscale promulgata nel 137 d. C., scritta su pietra nella lingua ufficiale dell’Impero Romano d’Oriente, il greco, e nella lingua locale, il palmireno, anticamente esposta in un luogo pubblico.

Il commercio di cui si occupa la Tariffa non è il grande commercio carovaniero internazionale che ha reso celebre e potente Palmira, ma è il commercio a corto raggio, di beni e servizi, dalle regioni circostanti al centro urbano e viceversa.

Documenti di questo tipo, che ci permettono di avere dati precisi sulla vita economica di una città antica, sono molto rari in tutto l’Impero Romano, e quanto conosciamo di Palmira, all’inizio del II sec. d. C., è quindi eccezionale.

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Dettaglio della “Tariffa” iscritta in greco e in palmireno (© Hermitage)

Una scoperta straordinaria

Nel 1882, nei pressi dell’Agorà, il principe russo Semyon Semyonovič Abamelek-Lazarev riportò alla luce un’enorme lastra di calcare (larga quasi 6 metri e alta quasi 3), la “Tariffa”.

La lastra, il cui peso era stimato oltre le 11 tonnellate, venne tagliata in quattro parti per essere trasferita nel 1901 al museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, dove si trova tuttora (ne è possibile la visita virtuale).

Per documentare le varie fasi dell’operazione venne utilizzata una tecnologia all’avanguardia, la fotografia. 

Il più celebre di questi scatti è quello che ritrae il dragomanno del Consolato russo al-Khoury, con un casco bianco, in posa davanti alla lastra, ma sono ritratti anche gli operai al lavoro, con grandi seghe manuali in ferro, per tagliarla, oppure intenti a caricare le grandi casse in legno sui carri.

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