Zenobia

L’ascesa di Zenobia

Alla metà del III secolo d. C. l’Impero Romano era in profonda crisi, attaccato da nemici su tutti i fronti e dilaniato, al suo interno, da tentativi di usurpazione. La situazione era particolarmente grave nella provincia di Siria, ripetutamente invasa e saccheggiata dal re sasanide Shapur I.

È in questo contesto che Palmira assunse un ruolo politico di primo piano: a Settimio Odenato, definito nelle fonti “capo di Palmira”, l’imperatore Gallieno affidò la difesa del confine orientale, conferendogli altissime cariche nel comando militare.

I grandi successi ottenuti da Odenato furono, però, all’origine della sua sventura: nel 267 venne assassinato insieme al figlio Hairan. Se mandanti e motivi del complotto restano misteriosi, certo è che il figlio Vaballato, ancora bambino, ne ereditò posizione e titoli, mentre il potere passò di fatto nelle mani della madre Zenobia, seconda moglie di Odenato.

Con Zenobia, Palmira cominciò ad estendere il suo dominio su ampie zone dell’Oriente al di fuori della Siria, raggiungendo l’Arabia, l’Egitto e l’Asia Minore.

Nel 272 Vaballato e Zenobia si autoproclamarono Sebastoi (in latino Augusti), con il chiaro intento di equipararsi agli imperatori romani, e la loro immagine, sulle monete coniate nelle zecche imperiali, fu accompagnata dal nuovo titolo.

Lo scontro con Aureliano

Ma quale era il progetto di Zenobia? Creare un Impero d’Oriente? Come ha scritto un grande storico francese, Paul Veyne, dividere l’Impero romano – con un imperatore in Occidente e un imperatore in Oriente – era un progetto audace, ma non utopico.

Oppure mirava oltre? Alcuni storici sostengono che, a un certo punto, il vero obiettivo fosse diventato la conquista di tutto l’Impero, secondo la “norma” dei tanti usurpatori del III secolo d.C.

Qualunque fosse il suo intento, fu comunque fermato dalla energica reazione del nuovo imperatore: nel 272 Aureliano intraprese una spedizione in Oriente e, dopo avere sconfitto i palmireni ad Antiochia e ad Emesa, li inseguì fino a Palmira, che fu assediata e conquistata.

Non sappiamo che fine abbia fatto Zenobia: le fonti antiche ricordano un tentativo di fuga oltre Eufrate, ma rimane un mistero se poi sia stata davvero catturata e sia morta durante il trasferimento a Roma, oppure se abbia raggiunto Roma per sfilare nel trionfo di Aureliano, incatenata con catene d’oro, e abbia finito i suoi giorni relegata in una villa di Tivoli, non lontano da Villa Adriana.

Zenobia scomparve dalla scena, ma la sua Palmira si ribellò una seconda volta, alla fine del 272. Solo dopo aver domato questa nuova rivolta, Aureliano riprese la via dell’Occidente.

Il vero volto di Zenobia

A dispetto della gloria che la figura di Zenobia conferì a Palmira per i secoli a venire, pochissime sono le sue tracce nel sito. Fra queste un’iscrizione su una colonna della Grande Via Colonnata, sotto la mensola che ne reggeva la statua, eretta in suo onore nel 271 dai due principali generali dell’esercito palmireno, Septimius Zabda e Septimius Zabbai, che la onorano come regina e signora illustre e pia.

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L’epigrafe con dedica a Zenobia (Ph. Daniele Bursich)

Lo stesso discorso vale per il suo ritratto. Solo su pochissime monete possiamo vedere il vero volto di Zenobia, duro e altero.

Se un primo gruppo di monete di Septimia Zenobia Sebasté (Augusta), datate al 272 d. C., riprende un generico tipo di immagine femminile imperiale, richiamando in particolare quello di Giulia Mamea, un secondo gruppo di monete, coniate dalla zecca di Alessandria, ci mostra invece un ritratto più realistico.

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Moneta della zecca di Alessandria con il busto di Zenobia

In esse riusciamo a intravedere il vero volto di Zenobia, anche se “sfuocato” per il cattivo stato di conservazione delle monete: l’alta fronte è diritta, il naso aquilino, gli zigomi rilevati, l’espressione severa. Quest’ultimo tratto è, in realtà, tipico di tutti i volti femminili imperiali del III secolo, così come l’acconciatura con i capelli ondulati raccolti sulla nuca in uno chignon e ornati da un diadema. C’era dunque un motivo per richiamare modelli più antichi?

Giulia Mamea era l’ultima di una dinastia di donne siriane che nei primi decenni del III secolo avevano avuto un grande potere a Roma: capostipite era Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo e madre di Caracalla, seguita dalle nipoti (figlie di sua sorella Giulia Mesa), Giulia Soemia, madre di Elagabalo, e appunto Giulia Mamea, madre di Severo Alessandro.

Siriane, appartenenti a una potente dinastia di principi-sacerdoti di Emesa, madri di imperatori adolescenti e quindi vere e proprie “imperatrici” di Roma: come negare che fossero un modello per Zenobia?

Dalla storia alla leggenda

Anche la documentazione storica su Zenobia è lacunosa e spesso fantasiosa, così che nel tempo si sono generate le più varie interpretazioni, passando dalla storia alla leggenda e al mito.

La biografia compresa nell’Historia Augusta, che esaltandone le qualità fisiche e morali tratteggia un ritratto più retorico che realistico, ha avuto una forte influenza nelle ricostruzioni che di Zenobia sono state fatte a partire dal Medioevo: opere di prosa, di poesia, di teatro, di musica, disegni, quadri, arazzi e sculture. La figura della regina fiera, bella e casta ha affascinato Petrarca, Boccaccio, Chaucer, Michelangelo, Calderon de la Barca, il Genovesino, Albinoni, Tiepolo, Paisiello e Rossini, solo per citare i nomi più famosi.

Le trasformazioni che il personaggio di Zenobia ha incontrato nei secoli non sono solo imputabili alla creatività degli artisti, ma sono talora strettamente connesse a precisi contesti socio-politici.

Così, se nell’Ottocento si trasforma in un’eroina romantica – l’Orientalismo in pittura la mostra prigioniera in trasognante meditazione, avvolta da abiti esotici e magnifici gioielli – nel Novecento incarna la resistenza dei popoli indigeni contro le grandi potenze coloniali.

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